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domenica, settembre 20, 2009
LA SCHIAVITU' DEL POTER SCEGLIERE Vivere in una grande città rende più difficile credere in una relazione di coppia stabile. Troppi pesci nel mare, troppe tentazioni, troppe evidenze che si tratti di una scelta arbitraria, un compromesso, e nulla più.
Lo stesso nel cervello.
Tra tante idee quale scegliere? Una vale veramente più dell'altra? No, a meno che qualcuno dall'esterno non ti dica 'quella' e non ti invogli a svilupparla, per renderla qualcosa più di una semplice idea, più di una sconosciuta vista al bancone di un bar.
Se invece uno di idee ne ha poche, magari solo una, non può che aggrapparvicisi e svilupparla, coltivarla finché non diventi importante, totalizzante, fondamentale. Certo è un rischio: no ruota di scorta, no paracadute. D'altra parte le ruote di scorta pesano e i paracadute rallentano.
Forse meglio non averne del tutto, di idee.
martedì, agosto 04, 2009
MEMORIE DI NEW YORK - 1
La nebbia saliva dall'acciaio liquido del fiume, quasi che la fiaccola dell'eterna ragazza si fosse improvvisamente spenta e desse fumo. Le nuvole intanto avanzavano da nord, sopra Manhattan, come se sorgessero dal Bronx. Lì in mezzo, tuttavia, il più caldo dei soli bruciava le vetrate del Financial District, cuocendo a fuoco lento i tacchini a collo bianco che avevano avuto la malsana idea di lavorare anche quel giorno.
La borsa di pelle che portava a tracolla recava marchio e scritta di una multinazionale dello sport, a caratteri talmente grandi che li avrebbe letti persino senza occhiali. Conteneva solo pochi oggetti, ma lui sosteneva che ci fosse "tutta la sua vita" dentro. Lo diceva a tutti, continuamente, per cucirsi addosso quell'aura di artista maledetto, viaggiatore, avventuriero, cittadino del mondo e tutto ciò che ne consegue.
Il battello attraccò e i passeggeri iniziarono a spandersi sul molo. Fu in quel momento, costretto nell'imbuto di chi ancora affollava il ponte superiore, che Tom dovette ammettere -e non senza fatica- la triste verità: il XXI secolo era iniziato da un pezzo e non c'era nulla di epico in quello che stava facendo. Era un turista, non un viaggiatore. Era un cittadinio italiano e non del mondo. Era un pigro ex-chierichetto, non un artista dannato. Nonostante questo, di fronte alle valigie dei suoi predecessori -i migranti di passaggio ad Ellis Island tra il 1900 e il 1924- di fronte a quelle ceste e quei bauli si commosse, non fino alle lacrime, ma quasi, così come aveva fatto di fronte alle scarpe di Aushcwitz, ai teschi delle catacombe di Parigi e ad altri mucchi di ricordi che si era trovato davanti nella sua ancora breve vita.
mercoledì, maggio 06, 2009
DAL VANGELO SECONDO BRUNO
Allora Silvio scese in Campania, nella città di Napoli, con tutti i suoi discepoli.
Mentre camminava per strada, due ali di folla lo accompagnavano a destra e a sinistra. Un uomo, chiamato Benedetto, cadde ai suoi piedi e urlò: "Maestro!"
Apicella, che era tra i seguaci, istintivamente si rivolse all'uomo, ma questi ripeté di nuovo: "Maestro!" e guardava Silvio e Silvio lo guardava. Così Apicella tornò al suo posto e Silvio parlò e disse:
"Pace a te, buon uomo! Sei forse un mio elettore?"
"Sì, maestro!" rispose l'uomo "Ti voto dal '92."
E benché tutti i presenti sapessero che Silvio fosse sceso in campo solo nel '94, nessuno protestò, giacché nulla è impossibile al Signore, specialmente a Napoli.
"Dimmi, buon uomo: sei forse tu tra quegli Abruzzesi che amano il campeggio?" chiese Silvio.
E l'uomo rispose: "No, maestro!"
Allora Silvio domandò di nuovo: "Sei forse tu un tifoso del Milan stufo di Ancelotti?"
Ma l'uomo ancora una volta rispose: "No maestro!"
"E allora dimmi, che cosa ti affligge?"
"Mia figlia è in una grave depressione: si è rifatta completamente ed è venuta bene, ma per il viso non c'è stato proprio nulla da fare e così non l'hanno presa a nessun casting. Ora piange sola nel suo letto e non vuole più mangiare."
Silvio allora chinò il capo ed era profondamente triste. Poi lo rialzò e disse:
"Io vedo Fede in te, buon uomo, e in verità ti dico che tua figlia è già stata scelta!"
"E come si chiama questo show?"
"Parlamento europeo. E il casting prende il nome di "elezioni""
"Grazie maestro, grazie! Allora mi raccomando...Letizia!"
"Beh, non è stata contentissima per la storia dell'Ici, ma credo se la passi bene..."
"Ma no, intendevo...Letizia!"
"Ah, letizia a te! E tanta gioia anche ai tuoi cari!"
"Ma no, maestro, il mio nome è Letizia e mia figlia si chiama Noemi"
Silvio si rivolse allora ai suoi discepoli e disse: "Chi mi segna questo nome sull'agenda?"
Tutti i discepoli si guardarono tra loro stupefatti, fingendo di cercare un lapis e pentendosi di aver comprato i propri titoli di studio. Ma una giovane, il cui cuore era umile e la mano svelta, segnò tutto su una brochure di banca Mediolanum. Il suo nome era Mara. Poi tutti ripresero il cammino, giacché si avvicinava l'ora dell'aperitivo.
mercoledì, aprile 29, 2009
Il sole è durato solo una mattinata. Forse era meglio starmene a Roma, dove ho scritto questo
ROMA. PRIMAVERA.
Roma.
La primavera ti si insinua dentro
e ti fa starnutire.
Ti cade sulla testa
e ti bagna, inaspettatamente.
Roma.
la primavera sale pedalando
facendoti sudare,
distraendoti
con i suoi seni e i suoi sederi.
La primavera a Roma
potrebbe non finire mai:
flirta con l'inverno in discoteca
e poi si sbaciucchia con l'estate
sui prati di Villa Borghese.
E intanto ride, ride forte.
Ride di te e delle tue poesie.
La primavera a Roma
ti da appuntamenti vaghi
e senza troppe scuse
ti lascia solo
ad aspettarla in vano.
In primavera
Roma parla
tutte le lingue del pianeta,
Roma canta e balla
ma soprattutto:
recita.
In primavera
Roma è una gatta
randagia:
finge di piangere
mendicando il pane.
Non si immagina nemmeno
dove siano i suoi mici.
In primavera
Roma è una cagna
col collare
ma senza guinzaglio
e senza museruola.
E' un impiegato
con la sua cravatta
ma senza giacca alcuna.
In primavera
Roma indossa occhiali scuri
con cui nascondere i suoi occhi
azzurri, verdi, neri e rossi.
Rossi di lacrime mai piante.
Rossi di isterica allergia.
Rossi di rabbia e marijuana.
La primavera a Roma
è una poesia incompiuta
scritta di getto
su fogli piccoli e sbiaditi.
La primavera a Roma
molto presto
finirà.
mercoledì, marzo 25, 2009
UN VECCHIO APPUNTO SULLA MOLESKINE BLU Barbe lunghe, musi neri: la notte sui trasporti pubblici è fatta di bestemmie e lunghi sonni diversamente declinati da curiosi personaggi. Lingue sassoni, liquori poco digeriti. Donne troppo truccate e troppo poco donne. Cappellini buffi. Numero 1, ma probabilmente è uguale. Chissà se riuscirò a rileggere tutto questo. (in effetti delle parole erano quasi incomprensibili, ma alla fine ce l'ho fatta)
lunedì, marzo 16, 2009
ROMA IN BICICLETTA BIS
Scivolare giù per una strada buia e sconosciuta, che dove ti porta con quei suoi curvoni tanto bene non lo sai nemmeno. Poi d'improvviso il Cupolone illuminato da Dio stesso. Ridi. Apri le braccia come nella tua canzone, poi ti ricordi che quella strada è un senso unico a salire e pensi: ok, ne scriverò.
lunedì, marzo 09, 2009
SCENEGGIARE PER VIVERE
La vita dello sceneggiatore è costellata di punti di domanda, il più frequente dei quali è probabilmente: "Che giorno è oggi?". Il susseguirsi del dì e della notte, infatti, tende a perdere per lui qualsiasi significato, così come il tempo atmosferico e l'alternarsi delle stagioni. Allo sceneggiatore tipo importa molto di più conoscere il clima e la temperatura della prossima scena del proprio film, piuttosto che le condizioni "reali" che stanno appena oltre la tapparella semichiusa della sua modesta abitazione. Se vedete quindi un tizio pedalare per strada con un cappotto elegante, incurante non solo dell'incoerenza tra il gesto ed il vestiario, ma altresì della pioggia che gli si abbatte contro e che ritorna sul cappotto dopo aver fatto il giro completo della ruota posteriore ed essersi così riempita di terriccio, bene: abbiate pochi dubbi che si tratti proprio di uno sceneggiatore.
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